Le cose che faccio e le passioni che mi muovono

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rifondazione comunistaA casa mia ho vissuto qualunque tipo di posizione politica, culturale e religiosa. Mia nonna, professoressa di italiano, latino e altre materie umanistiche, era presidente dell'Azione Cattolica della diocesi, credente, praticante, tendenzialmente democrastiana e antifascista. Mio nonno era invece una camicia nera, figlio di un cancelliere del tribunale. Mio padre da sempre di estrema sinistra. La sorella di mia madre dirigente del PCI. Il fratello invece presidente della sezione di Alleanza Nazionale della mia città. La prima sorella di mia madre poi anche lei è di destra, ha sposato un generale dell'esercito e simpatizzano per il ventennio. Insomma, potevo scegliere liberamente. Non ho avuto condizionamenti unilaterali, ma molteplici punti di vista ben rappresentati. Nella mia famiglia c'era quasi tutto l'arco costituzionale. E niente, io arrivai a Roma nel settembre del 1994 e andai di corsa a tesserarmi all'epoca sezione di Rifondazione Comunista del quartiere San Lorenzo. Fui da subito un moderato del partito, un Bertinottiano, anche se frequentavo il gruppo dei trotskisti, e loro mi tolleravano e un po' mi volevano anche bene. Nel 98, dopo quattro anni di militanza intensa, svolta soprattutto dentro l'univeristà, decisi che la forma-partito non era per me. La scissione di Rifondazione me ne rivelò tutta la fallacia. Ero giovane e romantico, radicale nelle opinioni, nelle letture, nelle scelte, innamorato dell'onestà intellettuale, della purezza, dell'integrità, dell'estemismo. Benché con la militanza ne stessi maturando la consapevolezza, trassi la conclusione da quella vicenda, la scissione del PRC, che qualunque partito è fatto da uomini e donne e dalle loro debolezze. Pertanto si porta dietro tutto il carico di ipocrisia, falsità, arrivismo, competività esasperata, prepotenza, disonestà etica e morale. Io volevo un posto, una casa dove condividere il mio smisurato bisogno di comunità, invece trovai una tana di lupi. Non osai immaginare cosa sabbero potuti essere gli altri partiti dove non ci si sprecava nemmeno a predicarla certa integrità, dove essere squali non era poi nemmeno tanto sconveniente o deprecato socialmente. Mi allontanai dal partito. Del resto anche la sezione di Rifondazione Comunista della mia città non aveva differito da certe condotte per me inaccettabili. Sentivo il bisogno di qualcosa di simile alla comitiva della mia adolescenza con cui organizzavamo nel '93 belle e innovative rassegne di arte, musica, spettacolo e cinema dal titolo Cento Pecore Nere. Cercavo forse qualcosa di più intimo. Ma attenzione, non per forza di un piccolo gruppettino di amici. Non sono mai stato un gruppettaro. Non ho mai apprezzato ad esempio i Centri Sociali Occupati e Autogestiti. Ho sempre sentito che lì dentro non volevano cambiare il mondo ma crearsene uno piccolo tutto loro a loro immagine e somiglianza. Io no. Volevo l'oceano, non un acquario.

democratici di sinistraTornai là dove ero nato politicamente: nei movimenti. Difatti io le prime esperienze le avevo maturate nel mio liceo, il Parzanese. Lo avevamo occupato nel dicembre del '93 contro il decreto Jervolino, avevamo portato avanti certi percorsi. Avevo voglia di quello, di umanità, di autenticità dei rapporti. Forse dovevo solo allontanarmi dai luoghi del potere, anche solo lambito o accarezzato. Tornai alla politica strettamente universitaria. Lottavamo contro la riforma Ruberti che cominciava a introdurre concetti di management nell'università. Arrivò il 2000. L'anno dopo mi ritrovai catapultato direttamente nelle manifestazioni contro il G8 di Genova. Ne uscii tutto sommato fisicamente indenne e illeso. Dopo quell'esperienza cominciai a maturare la convinzione che forse, per combattere i fenomeni come il berlusconismo e la brutale violenza di Stato, era necessario aderire ad un grande partito di massa e tentare di condizionarlo per poter condizionare tutto il resto. Genova mi aveva dimostrato che forse la via della prova di forza era perdente. O meglio, avevo relizzato che il mio blocco politico, sociale e culturale non era in condizione di percorrerla la contrapposizione dura, non ne avevamo la forza. Bisognava dare il proprio contributo per un cambiamento meno repentino, più lento ma magari più inesorabile e incisivo. Nel 2002 mi iscrissi ai DS. Militai non più di tanto. Fui invece molto impegnato per tre anni e mezzo come presidente del Forum della Gioventù della mia città. Portai avanti molte iniziative di inclusione e coinvolgimento civico e politico per i giovani. Vi furono anche varie schermaglie politiche. Alla fine i DS arrivarono al congresso decisivo. PD o non PD? Io scelsi il PD. Pensai che se volevo restare in un partitino rosso di duri e puri dove assistere a guerre per la Camicia di Cristo me ne sarei rimasto dieci anni prima in Rifondazione Comunista.

pdLa storia non si ripete. Indietro non ci volevo tornare. Avevo lasciato quell'isolotto e non avevo voglia di rigirare indietro la nave per tornarci. Un nido è bello, ma è pur sempre solo un nido. Entrai nel PD. Giovane, promettente e ricco di iniziativa e di seguito mi fecero dirigente provinciale. L'allora assessore regionale D'Amelio mi assegnò anche un incarico fiduciario annuale in Regione Campania per gestire le politiche giovanili, sulla scorta del buon nome che mi ero guadagnato come presidente del mio Forum dei Giovani della mia città. Sono restato dirigente provinciale del PD per 5 lunghi anni. Quella lunga esperienza da dirigente di partito mi ha restituito qualcosa di simile a ciò che cercavo. Un gruppo di persone con cui condividere anche emozionalmente e sentimentalmente la politica. Per cinque anni abbiamo cenato insieme, discusso insieme, fatto nottate, sofferto insieme e rappresentato nel Partito Democratico la sinistra più radicale e autentica che il PD poteva contenere al suo interno. Nel febbraio 2013 risucimmo a portare in parlamento una di noi, del nostro collettivo di giovani dirigenti provinciali Democratici: Valentina Paris. Un piccolo miracolo guidato da uno straordinario vecchio militante del PD (ex PCI): Lucio Fierro.

harambee movimento per i beni comuniIn quegli anni poi, nel maggio 2011, in occasione del Referendum per l'aqua pubblica, con un colpo di genio (senza falsa modestia) mi inventai un Movimento per i Beni Comuni. Lo chiamammo Harambee, parola africana dal significato molto pregnante: sforzo collettivo per un interesse comune. Furono coinvolti in tre anni circa una settantina di persone. Per lo più giovani precari. L'attivismo fra il 2011 e il 2014 è stato a dir poco intenso, anzi frenetico e anche emozionante. Una grande, smisurata onda di coinvolgimento. Nel 2012 durante tutto questo (ero dirigente provinciale PD, dirigente di circolo PD, portavoce del Movimento Harambee) mi invento Radio H: organo ufficiale radiofonico del Movimento. Una radio web con tanto di sede, redazione, palinsesto, raccolta pubblicitaria e sede attrezzata con spugna, microfoni e mixer. Due anni intensi di trasmissioni, ospiti, attività giornalistica ed editoriale. Una gran bella esperienza. Nel 2014 arrivano le elezioni cittadine. Con il Movimento Harambee, di cui ero ancora portavoce, ci inventiamo una coalizione di rinnovamento politico chiamata Ariano Bene Comune. Cerchiamo con ogni possibile sforzo di includere anche il PD. Caparbiamente si rifiutarono. Volevano chiudere l'accordo con il Nuovo Centro Destra. Mi candido capolista di Ariano Bene Comune. Il PD della mia Città non ci sta e per tutta risposta mi espelle dal partito. Valentina Paris prende le mie parti. Il PD invece, costretto a una lista unica raffazzonata con PSI, prese un quinto dei suoi voti.

radio harambee

Tuttavia per vederla vinta (come è fortunatamente andata) e riaver ela mia tessera in tasca dovrò aspettare circa un anno e vincere con le mie gambe il ricorso in commissione regionale di garanzia del partito. La mia affermazione elettorale è stata di tutto rispetto. Ma un paio di settimane dopo la fine delle elezioni ho sentito che avrei potuto cedere psicofisicamente. Ho chiesto il cambio come portavoce del Movimento. Ho rifiutato di rientrare nella direzione provinciale del PD e mi sono dedicato a cose per me più prioritarie in termini concreti e urgenti in termini di sopravvivenza. Ci sono stato un po' costretto, ma è stata anche una via obbligata: mi ero stancato molto e avevo messo troppo da parte il mio lavoro. Ad oggi Radio Harambee funziona. Mi hanno chiesto di restare a presiedere almeno quella. Ho accettato. Il Movimento sopravvive. Si sono succeduti due ottimi portavoce, Daniele Grasso e Francesco Cuoco (attuale) e abbiamo una nuova sede in campagna.

Sono contento di come è andata fino ad ora tutta la mia storia sociale e politica, e tornando indietro rifarei tutto quel che ho fatto.